Nelle Metamorfosi di Ovidio si narra la storia di Atalanta e Ippomene, è da questa storia che nasce il bellissimo dipinto di Guido Reni, è uno dei dipinti che più apprezzo, starei ore a guardarlo senza stancarmi mai. In esso è presente una sorta di metafisicità, data probabilmente dalla mancanza di una collocazione temporale precisa e dall’assenza di coordinate del luogo in cui si svolge l’azione.In primo piano vediamo solo i due protagonisti, essi sembrano immobili, eppure si muovono, questa sensazione è data sicuramente dall’intreccio delle diagonali presenti nella tela, dal chiaroscuro così magistralmente usato. tutto appare sospeso ,tutta la storia è racchiusa nel momento colto dal pittore così ci è possibile “leggere” intere pagine di Ovidio in un solo istante .
Nel dipinto non solo adoro questo senso di metafisicità, il contrasto tra movimento ed immobilità, ma anche i colori pumblei che rendono più suggestiva la scena e danno un senso di malinconia al tutto , adoro i corpi nudi così delicatamente “coperti nelle zone più intime da un velo mosso non solo da un vento praticamente inesistente , perchè la metafisicità lo immobilizza , ma anche dalla velocità della corsa , anch’essa bloccata nella sua inesistenza , il velo che copre Atalanta ci permette di capire la fermata della donna , il suo tornare indietro poiché il velo segue questo movimento , mentre il velo di Ippomene sembra rendere più slanciato il suo movimento in avanti , e contrasta con il movimento del braccio che ha appena lanciato il pomo destinato a frenare la bella e veloce Atalanta .
Venere racconta ad Adone la storia di Atalanta ed Ippomene , quella che parla in questo racconto è quindi Venere :
“Hai probabilmente sentito parlare di una certa fanciulla che nelle gare di corsa superava gli uomini più veloci. Se ti è giunta questa fama, non era ingiustificata, perché in realtà li vinceva: inoltre non si sarebbe potuto dire se la sua dote maggiore fosse la velocità dei piedi o la bellezza. Quando costei si recò a consultare l’oracolo circa lo sposo da scegliere, il dio le rispose: ‘Non ti serve un marito, Atalanta! Devi evitare di sposarti. Ma non ci riuscirai e perderai te stessa, pur rimanendo viva’. Atterrita dal responso, essa viveva senza nozze nell’oscurità delle selve e teneva testa risolutamente alla folla dei pretendenti che incalzava, imponendo questa condizione: ‘Nessuno mi avrà se prima non mi vincerà nella corsa. Gareggiate con me in velocità: chi mi batterà mi avrà come sposa, chi sarà vinto avrà la morte. A questo patto entrerò in gara!’. Era spietata, ma talmente bella che una folla temeraria di pretendenti si arrese a questa condizione. Tra coloro che intendevano assistere all’iniqua gara vi era Ippomene che, biasimando l’eccessivo ardore dei giovani, si domandava: ‘Chi può mai andarsi a cercare una sposa a prezzo di tanto rischio?’. Ma quando vide il viso della fanciulla e il suo corpo quando si spogliò (un corpo come il mio o come potrebbe essere il tuo, se tu fossi femmina), restò allibito e levando in alto le mani, si ricredette: ‘Perdonatemi, ragazzi che ho appena criticato! Non sapevo ancora qual era il premio a cui aspiravate!’. E mentre dimostrava il suo entusiasmo era preso dalla passione e si augurava che nessuno dei giovani corresse più veloce di lei e temeva i morsi della gelosia. Si domandava: ‘Ma perché non provo anch’io a fare il tentativo di vincere questa gara? Gli dei aiutano gli audaci!’. Mentre Ippomene taceva tra sé questi ragionamenti, la fanciulla volava come se avesse le ali ai piedi. Il giovane Aonio era stupito della sua velocità che non gli sembrava inferiore a quella di una freccia Scitica, ma ammirava ancor più la bellezza che quella corsa metteva in rilievo. Vibravano nel vento le corregge dei sandali al movimento dei piedi veloci, i capelli ondeggiavano sul candido dorso, sbattevano le fasce dal bordo ricamato che la stringevano sotto le ginocchia i e il suo candido corpo di fanciulla si era arrossato allo I stesso modo che una tenda di porpora crea artificialmen te un’ombra rosata in un atrio bianchissimo. Mentre lo E straniero osservava queste cose, Atalanta oltrepassava il I traguardo e veniva festeggiata e incoronata. Si udivano i gemiti dei vinti, costretti a pagare la pena pattuita.
II giovane, per nulla dissuaso dalla fine di costoro, s’a vanzò, si piantò davanti alla fanciulla e guardandola diritto negli occhi la sfidò: ‘Perché vai alla caccia di una facile vittoria contro gente incapace? Misurati con me! Se
sarò favorito dalla fortuna, non ti dispiacerà di esser stata vinta da uno come me: mio padre è Megareo, originario di Onchesto, e suo nonno è Nettuno, il re delle acque,
di cui io sono il pronipote, non certo meno valoroso che nobile. Se sarai tu a trionfare, dall’aver vinto Ippomene ti deriverà grandissima e duratura fama. Mentre lui le te neva questo discorso la figlia di Scheneo lo guardava in tenerita, non sapendo nemmeno lei se preferire di essere vincitrice o vinta, e così si interrogava: “Quale dio, nemico ai giovani belli, vuole distruggere costui e lo spinge a desiderare questo matrimonio a prezzo della vita? Nemmeno io mi ritengo degna di tanto. Non è la sua bellezza che mi turba, per quanto senz’altro lo potrebbe, ma il fatto che è ancora un bambino! No, non è lui a commuovermi ma la sua giovanissima età. E inoltre è pieno di coraggio e non lo sfiora il timore della morte! Ed è anche nobile: quarto discendente dal re del mare! E con tutte queste doti, desidera e valuta tanto le nozze con me da rischiare la vita, se la sorte avversa gli negherà la mia mano! Per carità, straniero, rinuncia finché sei in tempo al miraggio di queste nozze cruente! Il matrimonio con me è una cosa crudele. Non ci sarà fanciulla che non vorrà sposarti: me riti di essere amato da una saggia vergine. Ma perché sto qui a preoccuparmi per te, quando ne ho fatti uccidere tanti prima? Affar suo! Vada pure incontro alla morte se non gli è bastato l’esempio di tanti pretendenti sacrificati e se la vita gli è venuta a noia! Ma allora dovrà morire qui uno che voleva vivere con me? Una fine indecorosa sarà la ricompensa del suo amore? La mia vittoria sarà insopportabilmente odiosa! Ma non è colpa mia. Oh! se tu volessi rinunciare! Oppure, dato che sei pazzo, almeno fossi più veloce di me! E che sguardo innocente su quel volto da bambino! O infelice Ippomene, vorrei che tu non mi avessi mai visto! Meritavi di vivere! E se io fossi stata più fortunata e il fato ostile non mi avesse negato la possibilità di sposarmi, saresti stato l’unico che avrei voluto come compagno di letto’”. Così tra sé ragionava e da fanciulla inesperta qual era, alle prese col primo amore, ama va senza sapere di farlo e senza percepirlo. !II popolo e il padre di lei che assistevano alle corse reclamavano intanto il solito spettacolo. Allora Ippomene, discendente di Nettuno, mi invocò con una voce che tradiva l’ansia: “Io scongiuro Citerea di assistermi nel mio tentativo e di favorire la passione che ha scatenato!”. Premurosamente la brezza mi portò le suadenti parole di pre¬ghiera che mi commossero, lo ammetto: bisognava inter¬venire subito. C’è un campo che i locali chiamano Tamaseno, il luogo più bello di tutta l’isola di Cipro, che gli I antichi abitatori consacrarono a me, decidendo di aggiunti gere anche questo agli altri luoghi dedicati al mio culto, proprio in mezzo a questo campo scintilla un albero dalla fulva chioma, i cui rami stormendo mandano il tintinnio dell’oro. Stavo per caso tornando di lì, portando in mano tre pomi d’oro che avevo appena colti, e mi avvicinai a Ippomene, senza che altri potesse vedermi. Gli diedi i frutti e gli spiegai come dovesse servirsene. Al segnale dato dalle trombe, ambedue i contendenti scattarono, protesi in avanti, dalla linea di partenza, sfiorando appena la rena coi piedi veloci. Li avresti ritenuti capaci di camminare sull’acqua senza bagnarsi le piante dei piedi, o su un campo di bionde spighe senza piegarle. Le grida di incoraggiamento dei partigiani del giovane lo spronavano: ‘Su, coraggio! È tempo di incalzare! Svelto, Ippomene Mettici tutte le tue forze! Non fermarti! Vincerai!’. Non saprei dire se di quelle grida godesse di più il figlio di Me gareo o la figlia di Scheneo. Quante volte, quando poteva ormai superarlo, indugiò, lo guardò a lungo e a malincuore lo lasciò indietro! Il discendente di Nettuno aveva la gola secca e il fiato corto, e la meta era ancora lontana: E allora si risolse a lanciare uno dei tre frutti dell’albero d’oro. La fanciulla vi gettò gli occhi e ne rimase incantata: ansiosa di avere quel pomo lucente, deviò dal percorso per raccogliere la sfera d’oro che rotolava. Ippomene ne approfittò per sorpassarla: dagli spettatori si levò un applau so. Ma lei recuperò velocemente il tempo perduto nell’indugio e si lasciò ancora una volta indietro il giovane. Al lancio del secondo pomo tornò a perdere il vantaggio, ma tosto con un rapido inseguimento si rimise in testa. Non restava che l’ultima parte della corsa: ‘Aiutami, o dea che mi hai fatto questo dono!”pregò il ragazzo e perché Atalanta dovesse impiegare più tempo per tornare, gettò con veemenza, con un lancio obliquo, il pomo scintillante verso i margini della pista. La fanciulla sembrò esitare se andare a raccoglierlo o no. Ma io ve la costrinsi e resi più pesante il pomo da lei raccolto, in modo che al ritardo causato dalla fermata si aggiunse quello dovuto alla fatica di portare il peso. Vengo alla conclusione, perché il mio racconto non sia più lungo della corsa stessa: la fanciulla fu battuta e il vincitore ebbe il suo premio.
Metamorfosi -libro X – Ovidio





